Perché FAB! Un nuovo modo di guardare e costruire il nostro futuro

Dedicato a FAB: “Nella nostra fabbrica ci deve essere libertà: non soltanto perché nella libertà ci crediamo, ma perché noi siamo un’azienda di inventori e l’invenzione ha bisogno di libertà”. Adriano Olivetti

La costruzione di FAB è stata un percorso veloce ed entusiasmante che è venuto da lontano.

FAB nasce da un intuizione di un momento che però ha una sua radice profonda e matura nel tempo che l’ha preceduta, e che potrebbe riassumersi con la locuzione “fare Cooperazione”. Ritengo personalmente che fare Cooperazione e più specificamente Cooperazione sociale oggi, imponga uno sforzo di attenzione costante e quotidiana sul senso primo e originario del perché si fanno le cose, e su come le stesse vanno fatte. E questo perché oggi più che mai, forse, le tendenze allo snaturamento di qualunque tipo di tensione morale e ideologica verso le “necessità” del mercato stanno portando ad aberrazioni e risultati spaventosi.

Ecco quindi, il primo perché: l’uomo al centro. Il paradosso di questi tempi è che stiamo vivendo quotidianamente una battaglia feroce contro qualcosa che non conosciamo. I mercati, l’economia, la globalizzazione, il mio datore di lavoro, il mio vicino di casa … cosa? La battaglia è aspra e i nostri “comandanti” ci dicono che per portare a casa il risultato, qualcosa dobbiamo sacrificarlo. Ecco che allora partono i tagli allo stato sociale, partono i posti di lavoro e i diritti conquistati in anni e anni di battaglie, le spese aumentano, i servizi diminuiscono, qualcuno deve prendere l’aereo per emigrare, qualcuno perde il lavoro, … la casa, … ma … , non se ne può fare a meno, “lo richiede il momento, la congiuntura”. Certo, fatto salvo che ancora non sappiamo qual è il nostro problema!

Ma allora, se noi non sappiamo qual è il nostro nemico, come possiamo fare? Ce lo dite voi per cosa dobbiamo lottare per uscire da questo brutto momento? La sensazione forte ed opprimente è di non essere più responsabili del nostro domani, in quanto i problemi e le cause sono troppo lontane e grandi da noi perché noi possiamo farci qualcosa, e con essa la fine della determinazione del nostro futuro, per il quale abbiamo dato una delega in bianco a qualcuno che non sappiamo più chi è e dov’è!

 

E così ogni azione è legittimata, ogni scelta scellerata sta nel novero delle possibilità, ogni costo sociale è qualcosa di difficile da capire ma necessario … Ecco però che allora, per chi lavora quotidianamente affinché il sistema sia sempre ed in ogni caso al servizio delle persone, che questa deriva è impensabile ed inaccettabile. Fare Cooperazione sociale è un po’ come recitare di continuo un mantra con parola “persona”, e mai come oggi questo esercizio ci fa sentire unici e lontani dalla deriva culturale di questo tempo. Avere la persona al centro di ogni scelta impedisce qualunque tipo di compromesso che la veda perdente in relazione alla soluzione scelta, e soprattutto impedisce qualunque tipo di scelta che non sia coerente e vicina allo sviluppo della stessa.

Fare impresa traslocando un impianto produttivo all’estero e lasciandosi dietro centinaia di licenziamenti è impensabile e in totale antitesi con la stessa natura per cui facciamo impresa. Eccoci allora a pensare che il primo valore da recuperare in questo tempo sono le persone, e ancor più le persone disoccupate. Storie, professionalità, capacità, culture che riteniamo costituiscano la più preziosa risorsa di questo tempo e anche quello su cui noi vogliamo scommettere per il nostro futuro.

Il secondo perché: siamo un’impresa sociale della Comunità e nella Comunità. Siamo un’impresa sociale e crediamo di essere una risorsa della Comunità, per la Comunità nella quale operiamo e cresciamo, in quanto nella stessa Comunità vogliamo restituire valore e contenuti del nostro sviluppo.

E anche questo è un concetto in netta controtendenza con il nostro tempo. Se nel 1960 moriva Adriano Olivetti che teorizzava il centro dello sviluppo in una visione nuova della comunità, di cui fosse parte attiva e responsabile il tessuto produttivo, ad oggi siamo decisamente lontani da simili “sensibilità” imprenditoriali. Purtuttavia e sempre da cooperatori, ci risulta abbastanza facile pensare alla comunità come risposta allo spaesamento provocato dalla globalizzazione e che tutto quello che quotidianamente costruiamo sia qualcosa di acquisito, non solo per noi stessi, ma per tutta la comunità. Ecco che allora è sembrato abbastanza coerente con il nostro Dna ipotizzare che le persone e le loro idee possano essere il motore per un nuovo modo di fare sviluppo e lavoro che veda però la comunità come suo principale interlocutore e mercato.

Il terzo perché: crediamo nel lavoro e nella sua funzione di costruire società. Il nostro scopo associativo mette il lavoro quale pilastro fondamentale del nostro agire quotidiano e anche in questo senso ci colloca in una posizione piuttosto particolare nei confronti della nostra quotidianità economica. Certo è che, lontani da facili celebrazioni che potrebbero aprire a banali retoriche, il tema da considerare centrale è quello del lavoro e della sua funzione di costruire società. Il lavoro è innegabilmente uno strumento cardine di emancipazione sociale di ogni uomo e donna, dietro al quale si nascondono infiniti progetti di vita. E su questo tema non è quindi superfluo dire che un posto di lavoro a tempo indeterminato non vale tanto quanto un posto a tempo determinato, o meglio ancora di un contratto a progetto … Ecco che allora vogliamo sottolineare con forza l’importanza di creare lavoro e lavoro che sia sufficientemente stabile nel tempo da sorreggere progetti di vita e di società, attingendo proprio a quel bacino di risorse non impiegate che il mercato attuale respinge o non sa più vedere e utilizzare.

 

Il quarto perché: crediamo nel lavoro di rete e nei legami. Siamo stati abituati, e non sempre senza una certa fatica, a dover ragionare in rete con tutto il mondo legato ai nostri servizi e alle persone alle quali prestiamo assistenza. Nel tempo però ci siamo accorti della straordinaria forza di fare rete e soprattutto dell’essere parte di tutta una serie di legami che sono essi stessi elemento centrale e chiave di un nuovo modo di fare sviluppo. Certo faticoso, certo complesso ma sicuramente vero, partecipato e soprattutto responsabile.

 

Ecco allora che i quattro perché di FAB, se letti assieme, possono costituire un nuovo modo di guardare e costruire il nostro futuro. Allontaniamoci il più possibile da questo buio di prospettiva e proviamo ad avvicinarci anche a qualcosa che si vede e si sente. Uomini, imprese con una forte responsabilità e senso di appartenenza alla comunità nella quale operano, il lavoro come progetto di società, e legami forti e virtuosi possono essere quattro elementi di stravolgimento di un modo oramai spersonalizzato di vedere e interpretare il nostro futuro.

Ecco allora che FAB ci è sembrato il contenitore capace di esprimere tutti questi perché e contestualmente l’occasione buona per rompere molti schemi che ci stanno disorientando rispetto al futuro. Con FAB abbiamo iniziato a guardare al domani in modo così responsabile da dire: “lo facciamo da soli!”. Forse questo non sarà molto ma penso che potrà aiutarci ad andare oltre gli egoismi corporativi e i relativismi della politica, e magari ci aiuterà a ritrovare per un po’ un’identità personale e sociale attorno ad una speranza e a non spegnere quella parte di assoluto che è in tutti noi.

 

Massimo Tuzzato

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